icca di citazioni e di allusioni bibliche (Giacobbe, Mosè,
Aronne, Giovanni Battista) e redatta secondo le norme e il
“cursus” seguiti dai dettatori del tempo, questa
lettera di frate Elia non è soltanto il primo documento
sulle stimmate di Francesco, ma segna l’avvio di tante
successive celebrazioni della “novità francescana”
in genere, e del Poverello in particolare che, quale “altro
Cristo”, appare “crocifisso”. Essa fu scritta
e inviata nei giorni immediatamente successivi alla morte
di Francesco (3 ottobre 1226).
Data la sua natura, la lettera può benissimo essere
stata diffusa in tutte le province dell’Ordine. Delle
molte copie che dovettero essere state fatte, quella raccolta
dallo “Speculum vitae” è l’unica,
in ogni caso, pervenuta sia pure a stampa.
305 1. A frate Gregorio*, suo fratello carissimo in Cristo,
ministro della provincia di Francia, e a tutti gli altri fratelli
suoi e nostri, invia il suo saluto frate Elia peccatore.
306 2. Prima che io incominci a
parlare, un gemito mi sale dal cuore, e ben a ragione. Il
mio ruggito è come d’acque dilaganti, perché
ciò che temevo mi è accaduto, a me ed a voi;
e quello che mi spaventava si e abbattuto di me e su di voi:
colui, che era la nostra consolazione, se ne è andato
lontano; colui che ci portava tra le sue braccia come agnelli,
si è recato in una regione lontana. Lui, che insegnato
la via della vita e dell’obbedienza a Giacobbe, e ha
consegnato un testamento di pace per Israele, poiché
era amato da Dio e dagli uomini, è stato introdotto
nelle dimore luminosissime del cielo. Se per lui dobbiamo
rallegrarci con tutta la gioia, per noi è solo rammarico,
perché siamo rimasti senza di lui mentre ci avvolgono
le tenebre e ci copre l’ombra della morte.
Se per tutti è una perdita incolmabile, speciale pericolo
è per me, che egli ha lasciato nel mezzo delle tenebre,
circondato da troppe occupazioni e schiacciato da mali senza
numero. E perciò vi scongiuro: piangete con me, fratelli,
perché il pianto mi opprime e piango per tutti voi:
Siamo rimasti orfani, senza padre, privati di colui che era
la luce dei nostri occhi.
307 3. Veramente era la vera
luce la presenza del fratello e padre nostro Francesco, non
solo per noi che gli eravamo compagni nella medesima professione
di vita, ma anche per quelli che erano lontani. Era, infatti,
una luce suscitata dalla luce vera, quella che illumina quanti
erano nelle tenebre e sedevano nell’ombra della morte,
per dirigere i loro passi sulla via della pace. Questo egli
ha fatto, come vera luce meridiana. La luce che veniva dall’alto
illuminava il suo cuore e riscaldava la volontà di
lui col fuoco del suo amore. Così infiammato, egli
predicava il Regno di Dio e convertiva il cuore dei padri
verso i figli e gli stolti alla prudenza dei giusti, e preparava
in tutto il mondo un popolo nuovo per il Signore. Il
suo nome è celebrato fino ai più lontani confini,
e l’universo intero resta pieno di stupore per le sue
mirabili imprese.
308 4. Perciò non vogliate, figli e fratelli
miei, abbandonarvi ad una tristezza eccessiva, perché
Dio, padre degli orfani, vi conforterà con la sua santa
consolazione.
E se piangete, fratelli miei, su di voi stessi piangete e
non su di lui. Noi, infatti, mentre siamo nella pienezza della
nostra vita siamo nella morte, lui invece è passato
dalla morte alla vita. E siate ripieni di gioia perché,
prima di partirsi da noi, come un altro Giacobbe, ha benedetto
tutti i suoi figli ed ha perdonato a tutti qualsiasi colpa
uno abbia commesso o pensato contro di lui.
309 5. Ed ora vi annuncio una
grande gioia, uno straordinario miracolo. Non si è
mai udito al mondo un portento simile, fuorché nel
Figlio di Dio, che è il Cristo Signore. Qualche tempo
prima della sua morte, il fratello e padre nostro apparve
crocifisso, portando impresse nel suo corpo le cinque piaghe,
che sono veramente le stimmate di Cristo. Le mani e i piedi
di lui erano trafitti come da chiodi penetrati dall’una
e dall’altra parte, e avevano delle cicatrici dal colore
nero dei chiodi. Il suo fianco appariva trafitto da una lancia,
ed emetteva spesso gocciole di sangue.
310 6. Mentre era in vita aveva aspetto dimesso
non c’era bellezza nel suo volto: non era rimasto in
lui membro che non fosse straziato. Le sue membra erano rigide,
per la contrazione dei nervi, come avviene in un uomo morto.
Ma, dopo la morte il suo volto si fece bellissimo, splendente
di mirabile candore e consolante a vedersi. Le membra, prima
rigide, divennero flessibili e pieghevoli qua e là
come si volevano disporre, a guisa di un tenero fanciullo.
311 7. Perciò, fratelli, benedite il
Dio del cielo e proclamate la sua grandezza davanti a
tutti, perché ha fatto scendere su di noi la sua misericordia.
Custodite il ricordo del padre e fratello nostro Francesco,
a lode e gloria di Colui, che lo ha reso grande tra gli uomini
e lo ha glorificato tra gli angeli. Pregate per lui, come
egli medesimo ci ha chiesto prima di morire, e invocatelo,
perché Dio renda anche noi partecipi con lui della
sua santa grazia. Amen.
312 8. Il padre e fratello
nostro Francesco è tornato al Signore, nella prima
ora della notte che precede il 4 ottobre, di domenica. O voi,
dunque, fratelli carissimi, ai quali perverrà questa
lettera, a imitazione del popolo di Israele nel suo pianto
su Mosè ed Aronne, suoi incliti condottieri, lasciamo
libero sfogo alle lacrime, poiché siamo stati privati
del conforto di così grande padre.
313 9. Veramente, è
cosa pia condividere il gaudio di Francesco, ma è cosa
pia anche il piangere Francesco. E’ sentimento filiale
partecipare alla sua esultanza, perché egli non è
morto, ma se n’è partito per il grande mercato
del cielo, recando con sé il sacchetto del suo denaro,
e tornerà a casa nel plenilunio. Ma è ancora
da figli piangere la perdita di Francesco. Egli, che passava
tra noi, come Aronne, porgendoci del suo tesoro cose nuove
e cose vecchie, e ci consolava in ogni nostra tribolazione,
fu tolto di mezzo a noi, ed ora siamo veramente orfani, senza
padre. Ma sta scritto: A te si abbandona il misero, dell’orfano
tu sei sostegno. Perciò, fratelli carissimi, pregate
tutti senza stancarvi affinché, se la piccola brocca
di creta è stata infranta nella valle dei figli di
Adamo, il Signore, che è il grande vasaio, si degni
plasmarne un’altra, che sia meritevole d’onore
e stia sopra la moltitudine della nostra famiglia, e ci preceda
alla battaglia, come vero Maccabeo.
314 10. Ma, poiché non
è cosa superflua pregare per i defunti, pregate per
lui il Signore. Ogni sacerdote celebri tre Messe, ogni
chierico reciti il Salterio, ogni fratello non sacerdote dica
cinque Pater noster (V Pater o CL Pater?). I chierici celebrino
in comune una solenne veglia. Amen.
(*) Il destinatario, frate Gregario da
Napoli, già vicario di Francesco, assieme con frate
Matteo da Narni, durante la sua assenza per il viaggio
missionario in Egitto e Terra Santa (dalla Pentecoste del
1219), fu ministro di Francia dal 1223 al 1233. Durante
il suo provincialato, che seguiva a quello di frate Pacifico,
l’Ordine francescano prese grande sviluppo sia numerico
sia di opere in tutta la regione. In questa sede è
utile ricordare un’altra lettera di frate Elia (1225,
X anno del pontificato di Onorio III), ai frati di Valenciennes,
in cui si trova, in apertura, questa definizione della
vita francescana: “Miei fratelli, vi esorto con trasporta
d’amore, a osservare con purezza e perseveranza fino
alla morte, il santo Vangelo del Signor nostro Gesù
Cristo e la nostra santa Regola, approvata da papa Innocenzo
e, poco tempo fa confermata da papa Onorio, ancora vivente
tra noi, e che voi avete promesso di osservare fedelmente...”